Keith Haring

Quella di Keith Haring è una storia senza lieto fine, la sua vita viene stroncata a 31 anni da una terribile malattia; ma la sua arte ancora oggi trasmette amore, vita e libertà ed è destinata a durare nel tempo.

Nasce il 4 maggio 1958 a Reading, Pennsylvania e fin da piccolo dimostrò un forte talento per il disegno, trasmesso dal padre fumettista. Amava i cartoni della Walt Disney e del Dr. Suees da cui prese spunto, ammirava Picasso ed era affascinato dall’arte di strada. Finiti gli studi secondari, si iscrive all’Ivy School of Professional Art di Pittsburgh frequentando il corso di grafica pubblicitaria ma Haring voleva di più, dopo due semestri abbandonò gli studi. Il suo desiderio era quello di rendere la sua arte fruibile a tutti, senza limiti. Decise così di trasferirsi a New York per seguire i corsi della School of Visual Art, qui apprese i rudimenti del disegno, della pittura e della scultura; nei corridoi di questo istituto incontra Jean Michel Basquiat con cui condividerà folli serate in quella New York degli anni Ottanta, insieme a Madonna e Andy Warhol. 

Il suo corso artistico fu breve ma in questi pochi anni Keith Haring, attraverso la sua arte immediatamente chiara e riconoscibile, riuscì a dare voce a molte cause sociali. Gran parte del suo lavoro era, infatti, una risposta agli eventi sociali e politici contemporanei. Come la battaglia per porre fine all’Apartheid in Sud Africa, l’epidemia dell’AIDS, il muro di Berlino e l’abuso di droghe. Apertamente gay, Haring rappresenta le difficoltà della comunità LGBTQ, battendosi per i diritti degli omosessuali, anche grazie ad una onlus fondata da lui stesso e tuttora attiva. Per esprimere la propria vocazione Haring scelse la scena urbana cittadina, riconoscendo nel tessuto metropolitano di New York un luogo ricco di fermenti e indirizzi. Fu proprio sotto l’egida del graffitismo che Haring iniziò a definire la propria identità artistica, divenendo gradualmente consapevole dell’originalità delle proprie creazioni grafiche; celebre l’icona del cane angoloso che abbaia, immagine di vitalità per eccellenza. Lui stesso definì la propria arte con il termini “Popular Art” in nome di un’arte popolare, senza limiti. 

Successivamente, forse per caso, forse per scelta, Haring decise di esprimere il proprio estro artistico intervenendo sugli spazi pubblicitari vuoti della metropolitana di New York, che divenne (per usare le sue parole) un «laboratorio» pubblico dove sperimentare infinite soluzioni grafiche:

«One day, riding the subway, I saw this empty black panel where an advertisement was supposed to go. I immediately realized that this was the perfect place to draw. I went back above ground to a card shop and bought a box of white chalk, went back down and did a drawing on it. It was perfect – soft black paper; chalk drew on it really easily»

«Un giorno, viaggiando in metropolitana, ho visto un pannello che doveva contenere un messaggio pubblicitario. Ho capito subito che quello era lo spazio più appropriato per disegnare. Sono risalito in strada fino ad una cartoleria e ho comprato una confezione di gessetti bianchi, sono tornato in metropolitana e ho fatto un disegno su quel pannello. Era perfetto, soffice su carta nera; il gesso vi disegnava sopra con estrema facilità»

Riuscì a far arrivare a chiunque il suo mondo popolato di omini colorati tanto che, dal suo piccolo studio sulla Ventiduesima, arrivò a realizzare la sua prima mostra personale nel 1982 dove la sua fama crebbe ancora di più. Haring piaceva, piacevano questi omini colorati ma con un bordo ben marcato (simile a quello dei fumetti), piaceva il modo in cui dava vita a questi omini: danzano, si amano, amano la natura. Ogni piccola parte che rappresenta il piacere della vita era lì, su quei muri che prima non trasmettevano nulla, mentre ora strappano un sorriso anche al più apatico cittadino. Keith Haring amava in tutte le forme del mondo e oltre ad avere talento, aveva anche un certo senso per gli affari. Grazie alla fama dei suoi personaggi crea un vero e proprio brand, con un negozio di gadget, magliette e disegni a SoHo, il Pop Shop. Questo per rendere la sua arte ancora più accessibile di quanto aveva già fatto, erano figli della sua stessa arte. 

Con le sue opere collabora inoltre con noti marchi come Swatch e Absolut Vodka, portando la sua arte davvero a tutti, come ha sempre sostenuto.

Haring pare essere molto legato ad un personaggio, “The Radiant Child” un bambino raggiante da cui è impossibile definire un’appartenenza etnica. Spesso il nostro artista ha dovuto fare i conti con le forze dell’ordine che, a quanto pare, non apprezzavano la sua arte come il resto di New York. Ma capita ai più bravi artisti, e sicuramente non si ferma la voglia di esprimere il proprio essere con delle manette. 

“The Radiant Child”

Infatti Haring portò la sua arte in tutto il mondo: Australia, Argentina, Italia, Spagna, Germania, voleva esplorare ma soprattutto vedere con i suoi occhi le opere dei più grandi artisti e lasciarsi così ispirare. 

Con la sempre più crescente popolarità, le collaborazioni del nostro artista si estesero anche alla moda, dove lavorò con Vivienne Westwood. E alla musica, con la sua grande amica Grace Jones, a cui in occasione di alcuni concerti dipinse il corpo di graffiti; mentre in occasione del leggendario video del 1986 “I’m Not Perfect (But I’m Perfect For You)”, in cui appare insieme ad Andy Warhol, realizzò una gonna di dimensioni mastodontiche indossata da Grace. 

Grace Jones “I’m Not Perfect (But I’m Perfect For You).

Ma ora parliamo delle sue opere più conosciute: 

seguace dell’amore, in ogni sua forma e manifestazione, in una tra le sue opere più famose che viene chiamata “Heart” del 1982 Haring ha raffigurato due persone, impossibile capirne il sesso e nemmeno importa, che danzano sulle note dell’amore, condividendo sulle loro spalle un grande cuore rosso pulsante. La sua lotta contro i pregiudizi e la dedizione incondizionata verso tutto ciò che proclama l’universalità dei sentimenti, lo rendono uno degli artisti più attuali di sempre;

“Free South Africa” del 1985 è una tra le opere più famose di Keith Haring in cui l’artista americano, con la sua immancabile ironia, ha proposto l’espressione di un’era postcoloniale in cui la razza bianca, minoritaria, ha perpetrato una sottomissione della razza nera, maggioritaria, nativa del Sud Africa;

“Crack is Wack” del 1986 è un murales che ha dipinto vicino ad un campo di pallamano ad Harlem, New York. Tra il 1982 e il 1989 Haring ha realizzato molte opere, come questa, con l’obiettivo di denunciare la piaga dilagante del crack, una droga molto più economica della cocaina che ha creato gravissimi danni. L’opera, omaggio alla Guernica di Picasso, uno tra gli artisti preferiti di Keith in assoluto, presenta diversi simboli di morte;

“Rebel with many causes” è un’opera del 1989 che propone una tematica ricorrente nella produzione di Haring, ovvero la denuncia del “Non vedo, non sento, non parlo”. Il disinteresse di gran parte della società verso tematiche tabù come l’AIDS e i diritti umani è sempre stata la battaglia più importante combattuta dal nostro artista americano;

Infine, Keith Haring realizza la sua ultima opera a Pisa in Italia, intitolata “A Tutto Mondo”. Quest’opera racconta l’armonia e la pace nel mondo, visibile attraverso gli incastri delle 30 figure che, come in un puzzle, popolano i 180 metri quadrati della parete del convento di Sant’Antonio. Ogni personaggio ritrae un diverso “aspetto” del mondo in pace: uno splendido inno alla vita terminato poco prima di morire, impossibile non commuoversi davanti a questa sua eredità. 

Pisa, Convento Sant’Antonio.

Keith Haring lascia il suo fantasioso mondo il 16 febbraio del 1990. Gli anni Ottanta della nostra amata New York erano popolati da un virus: l’AIDS, il sesso senza le adeguate precauzioni, era diventato un’attività fatale. Dopo la scomparsa di alcuni suoi amici a causa di questo demone, Haring diventò più sensibile verso l’argomento esprimendosi in diverse opere ma questo non lo risparmiò. Il suo corpo stava lentamente morendo ma l’amore e la vita che aveva dentro sono rimasti qui, ancora oggi, nei muri delle migliori città. 

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